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Fashion is Art - Quando la moda diventa spettacolo al Met Gala 2026

Per una notte New York non ospita un semplice red carpet, ma una vera mostra vivente. Al Met Gala 2026 gli abiti smettono di essere soltanto capi da indossare e si trasformano in opere sceniche, manifesti visivi, installazioni in movimento. Le scale del Metropolitan Museum of Art diventano una passerella sospesa tra moda e arte contemporanea, dove ogni look sembra progettato per essere osservato come un’opera.

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Il tema “Costume Art” e il dress code “Fashion Is Art” segnano un punto di svolta: la moda non vuole più soltanto vestire il corpo, ma creare immagini memorabili. Le silhouette appaiono teatrali, esasperate, quasi irreali. Corsetti metallici, tessuti scultorei, volumi architettonici e dettagli tridimensionali trasformano le celebrities in figure sospese tra persona e opera d’arte.

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Più che l’eleganza, quest’anno il Met Gala celebra l’impatto visivo. Gli abiti non accompagnano chi li indossa: occupano lo spazio, catturano lo sguardo e impongono una presenza scenica immediatamente riconoscibile. In un presente dominato dalle immagini, la moda sembra assumere una nuova funzione: sorprendere.

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Molti designer traggono ispirazione dall’arte classica e contemporanea. Alcuni look ricordano sculture rinascimentali, altri installazioni futuristiche o dipinti surrealisti. Il corpo umano diventa una tela modellata attraverso materiali, forme e luci. La couture si avvicina così sempre di più al linguaggio dell’arte concettuale, dove conta non solo l’estetica, ma anche il messaggio che un’immagine riesce a trasmettere.

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Il Met Gala 2026 racconta perfettamente la direzione dell’estetica contemporanea: moda, arte e spettacolo non sono più mondi separati. Gli abiti diventano performance visive, mentre l’identità passa sempre più attraverso immagini costruite per essere condivise, interpretate e fotografate.

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Anche l’allestimento del Met contribuisce a questa atmosfera quasi cinematografica. Luci soffuse, scenografie monumentali e ambientazioni teatrali trasformano l’evento in un’esperienza immersiva, in cui persino il museo sembra diventare parte della performance. Forse è proprio questo il vero significato di “Fashion Is Art”: nel 2026 un abito non è più soltanto qualcosa da indossare, ma un modo per esprimere una visione e lasciare un’immagine nella memoria collettiva.


MTM - Il Diavolo veste Prada 2

Il Diavolo veste Milano

Il Diavolo veste Milano

Viaggio nelle location più iconiche del sequel de “Il Diavolo veste Prada” tra moda, storia e potere

29 Apr 2026| Culture, Blog
MTM - Il Diavolo veste Prada 2

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Ci sono film che raccontano la moda e film che diventano moda. “Il Diavolo veste Prada” appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Uscito nel 2006, ha definito un immaginario preciso: quello di un’industria scintillante e spietata, dove il gusto è potere e il potere ha un nome: Miranda Priestly.

A distanza di vent’anni, il sequel “Il Diavolo veste Prada 2”, al cinema dal 29 aprile, riprende quel filo narrativo spostando però il suo baricentro. Non più solo New York, regno dell’editoria e delle redazioni patinate, ma Milano: la città dove la moda non si racconta, si costruisce.
La scelta non è casuale. Se Manhattan rappresenta il controllo mediatico, Milano incarna l’origine stessa del sistema: le maison, gli showroom, la filiera produttiva, il rapporto diretto tra creatività e industria. Portare Runway qui significa mettere il racconto a contatto con la sua radice più autentica e, forse, metterlo in discussione.
È in questo dialogo tra due capitali del fashion che il film trova la sua nuova tensione narrativa. E lo fa attraverso una mappa di luoghi iconici, scelti non solo per la loro estetica, ma per ciò che rappresentano.

MTM - Il Diavolo veste Prada 2

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LE LOCATION MILANESI DEL FILM:

Quadrilatero della Moda: dove nasce il desiderio
Via Montenapoleone, via della Spiga, via Sant’Andrea: il Quadrilatero è il cuore pulsante del lusso internazionale. Qui si concentrano le boutique dei grandi brand, i flagship store, le vetrine che dettano tendenze.
Nel film, queste strade diventano il terreno naturale di Runway, il luogo in cui il potere editoriale incontra quello commerciale.
Il Quadrilatero non è solo shopping, ma un sistema di influenza globale. È qui che si decide cosa sarà desiderabile, cosa entrerà nel linguaggio visivo della stagione. Per Milano, e per la moda, è il centro di gravità.

MTM - Quadrilatero della moda Milano

Brera: il lato culturale della moda
Tra cortili nascosti e vie acciottolate, Brera offre una Milano più raccolta e sofisticata. Nel film, è lo spazio delle relazioni, degli incontri, delle conversazioni che contano davvero.
Storicamente quartiere artistico, Brera è oggi il punto di contatto tra moda e cultura. Gallerie, studi creativi, redazioni indipendenti: è qui che nascono le idee prima ancora delle collezioni. Se il Quadrilatero è vetrina, Brera è laboratorio.

MTM - Brera Milano

Piazza della Scala: il rigore dell’eccellenza
Elegante, istituzionale, quasi austera: Piazza della Scala introduce un registro diverso nel racconto visivo del film. Le sue geometrie e la presenza del Teatro alla Scala evocano un senso di disciplina e perfezione.
La Scala è uno dei simboli più alti della cultura italiana. Nel parallelismo con la moda, rappresenta l’haute couture: precisione, tradizione, selezione. È il luogo dove l’eccellenza non è negoziabile.

MTM - Piazza della Scala

Galleria Vittorio Emanuele II e Piazza Duomo: la scena pubblica
Icona assoluta di Milano, la Galleria con le sue arcate e il Duomo con la sua imponenza diventano scenografia naturale per momenti chiave del film.
La Galleria è considerata uno dei primi esempi di spazio commerciale di lusso: un ponte tra architettura e consumo. Il Duomo, invece, è la memoria storica della città. Insieme, raccontano il doppio volto di Milano: da un lato il business, dall’altro la profondità culturale.

MTM - Galleria Milano

Palazzo Parigi: il lusso discreto
Nel film, Palazzo Parigi si trasforma in un quartier generale esclusivo, lontano dal rumore della città. È il simbolo di un lusso più riservato, istituzionale, fatto di eleganza senza ostentazione. Milano, a differenza di altre capitali, non grida il suo prestigio: lo custodisce. Questo spazio ne è l’espressione perfetta.

MTM - Palazzo Parigi

Showroom e backstage: la macchina invisibile
Oltre ai luoghi iconici, il film entra anche negli spazi meno visibili: showroom, fitting room, ambienti di lavoro dove le collezioni prendono forma. Sono il cuore operativo della moda. Qui si costruisce ciò che poi vedremo in passerella o sulle pagine delle riviste. È la dimensione più concreta e meno glamour, ma anche la più autentica.

MTM - Il Diavolo veste Prada 2 sfilata

Credits Il Diavolo veste Prada 2

Rinascente: il lusso accessibile
Affacciata su Piazza Duomo, la Rinascente compare nel racconto come punto di connessione tra il mondo esclusivo di Runway e il pubblico. È il luogo dove il desiderio si traduce in esperienza. Non più solo aspirazione, ma possibilità. Per Milano, è uno spazio simbolico: rende la moda accessibile senza svilirne il valore.

MTM - La Rinascente

Milano, più di un set
In “Il Diavolo veste Prada 2”, Milano non è semplicemente una nuova tappa geografica. È un cambio di prospettiva. Se New York era il luogo del giudizio, dove le tendenze venivano approvate o scartate, Milano è il luogo dell’origine. Qui il sistema moda mostra la sua complessità: creativa, industriale, culturale. Ed è proprio in questa complessità che il film trova la sua nuova identità. Perché, alla fine, il vero potere non è solo decidere cosa è “in”. È sapere da dove arriva.


Italians Craft Stories - La visione di Decortex

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Nel cuore del distretto tessile toscano, Decortex Firenze porta avanti una visione che intreccia radici profonde e sguardo contemporaneo. In un contesto sempre più standardizzato, l’azienda rivendica il valore di una produzione autenticamente italiana, come espressione di qualità, cultura e identità.

L’intervista, realizzata con Lapo Petrioli, uno dei soci dell’azienda, restituisce un racconto misurato ma deciso: tra eccellenza, sostenibilità e visione internazionale, emerge una parola chiave su tutte; coerenza. Un principio che guida ogni scelta, ben oltre le logiche di mercato.

Decortex Firenze nasce in un territorio simbolo dell’eccellenza italiana: in che modo Firenze continua a ispirare la vostra visione creativa e imprenditoriale?
Decortex Firenze trae molta ispirazione dal territorio Fiorentino e da tutto il distretto tessile Toscano. Siamo ormai una delle poche realtà nel mondo dell’editoria tessile Italiana, ed europea, che realizza totalmente le proprie collezioni in Italia. Molti dei nostri principali fornitori si trovano appunto nel territorio Fiorentino, tutto ciò per noi è motivo di orgoglio e ci permette di realizzare un prodotto di altissima qualità, simbolo appunto di eccellenza Italiana.

Qual è il valore che oggi definisce meglio l’identità di Decortex Firenze e che volete trasmettere al mercato internazionale?
Eccellenza esclusiva Italiana.

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In che modo riuscite a trasformare i vostri valori aziendali in un’esperienza concreta per clienti, architetti e partner?
Cercando di proporre sempre un prodotto di altissima gamma, esclusivo, Italiano, ma con una visone internazionale.

Nel 2026 la sostenibilità è ancora un obiettivo o è diventata un prerequisito per restare competitivi sul mercato?
E’ un discorso molto ampio, che sicuramente riguarda dà molto vicino l’industria tessile. Produrre un tessuto comporta sicuramente un consumo molto grande di risorse. Sia a livello energetico che di materie prime, oltre al consumo di beni primari come l’acqua. Il rischio è appunto che diventi “solo” un prerequisito per essere al passo con le “Etichette” imposte dal mercato. Personalmente credo che dobbiamo invece lavorare nella direzione in cui, la sostenibilità diventi un vero valore aggiunto e che sia motivo di orgoglio, ma anche un sentimento di dovere verso le generazioni future.

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Come interpretate la sostenibilità in modo concreto, oltre il linguaggio del marketing?
La sostenibilità può essere un valore aggiunto, attraverso la riscoperta di processi di lavorazione più sostenibili. Qualità sostenibile e replicabilità del prodotto nel modello industriale moderno, a volte non combaciano del tutto, però possono convivere dal momento in cui si educa il nostro cliente ad apprezzare la reale qualità di un prodotto sostenibile e quindi più “naturale”, in cui i suoi “difetti”, diventino dei punti di forza.

In che modo artigianalità, innovazione e filiera italiana convivono nel vostro processo produttivo
Convivono attraverso lo sviluppo e la visone di un prodotto artigianale, che affonda le proprie radici nella tradizione centenaria italiana del tessile di alta qualità, e che trasporta tutto questo in un prodotto moderno ed attuale, ottenuto attraverso un processo produttivo sempre in costante rinnovamento, in questo L’Italia è maestra in tutto il mondo.

Qual è oggi la sfida più grande nel tenere insieme qualità, estetica, sostenibilità e visione imprenditoriale?
“La Coerenza”

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Oltre la forma: il Salone del Mobile tra storia e visione futura

Credits salonemilano.it

Milano, ogni aprile, cambia ritmo. Non è solo una questione di calendario, ma di energia. La città si trasforma in un organismo diffuso dove il design esce dai padiglioni fieristici e invade strade, cortili, palazzi storici e spazi industriali. Il Salone del Mobile non è più semplicemente una fiera: è diventato un sistema culturale complesso, capace di ridefinire le priorità dell’industria creativa globale.

Nato nel 1961 con l’obiettivo di promuovere il mobile italiano e le sue eccellenze produttive, il Salone si è evoluto fino a diventare il punto di riferimento internazionale per il design e l’arredamento. Da piattaforma commerciale a laboratorio di visioni, ha accompagnato — e spesso anticipato — i cambiamenti del modo di abitare, lavorare e vivere gli spazi.

Credits salonemilano.it

Negli anni, il Salone ha costruito attorno a sé un ecosistema unico. Accanto alla manifestazione principale, il Fuorisalone ha trasformato Milano in un palcoscenico diffuso, dove brand, designer, artisti e istituzioni dialogano in maniera trasversale. È qui che il design smette di essere solo prodotto e diventa racconto, esperienza, installazione, provocazione.

Oggi, più che mai, il Salone del Mobile rappresenta qualcosa che va oltre il settore. È un osservatorio privilegiato sui grandi temi contemporanei: sostenibilità, innovazione tecnologica, nuovi materiali, economia circolare. Le aziende non presentano semplicemente collezioni, ma posizionamenti culturali. Il design diventa linguaggio strategico, capace di esprimere valori e visioni del mondo.

È proprio questa capacità di intercettare e interpretare il presente che ha portato il Salone ad acquisire, negli ultimi anni, un peso mediatico e culturale che molti considerano ormai superiore a quello della Fashion Week. Se la moda continua a dettare estetiche e tendenze, il design entra più profondamente nella vita quotidiana, influenzando il modo in cui viviamo gli spazi e, di conseguenza, noi stessi.

Credits @isaloniofficial

In un momento storico in cui il concetto di lusso si sta ridefinendo, meno ostentazione, più significato, il design offre risposte più aderenti al cambiamento. Non si limita a vestire il corpo, ma costruisce ambienti, esperienze, relazioni. È un lusso che si abita, che si usa, che si vive.

Milano, durante il Salone, diventa così il centro di una nuova geografia creativa. Qui si incontrano industrie e ricerca, artigianato e tecnologia, brand e sperimentazione indipendente. È uno spazio in cui le gerarchie si ridefiniscono e dove anche i confini tra discipline si fanno sempre più sottili.

Il successo del Salone del Mobile risiede proprio in questa capacità di evolversi senza perdere la propria identità. Rimane profondamente legato alla tradizione manifatturiera italiana, ma allo stesso tempo guarda avanti, accogliendo contaminazioni e nuove prospettive.

Credits @isaloniofficial

Oggi partecipare al Salone significa entrare in contatto con ciò che sarà rilevante domani. Non è solo una vetrina, ma un indicatore di direzione. E forse è proprio per questo che, anno dopo anno, continua a crescere, consolidando il suo ruolo come uno degli appuntamenti più influenti del panorama creativo internazionale.

In un mondo saturo di immagini e narrazioni, il Salone del Mobile resta uno dei pochi luoghi dove il futuro prende forma concreta. Non solo da osservare, ma da attraversare.


Il futuro dell’haircare, secondo Biacré

Credits @enricobrogiad

Cosmoprof si conferma anche nel 2026 come molto più di una fiera: è il luogo in cui la bellezza prende forma, si evolve e anticipa il futuro. Tra innovazione tecnologica, sostenibilità concreta e nuove esigenze dei consumatori, Bologna diventa ancora una volta il centro nevralgico di un settore in continua trasformazione. In questo scenario, l’haircare emerge come uno dei territori più dinamici, segnando un passaggio deciso dallo styling alla cura profonda del capello: protezione, qualità della fibra e valorizzazione del colore diventano le nuove priorità.

È proprio in questa direzione che si inserisce Biacré, brand italiano che porta con sé una storia autentica fatta di passione e continuità. Dal 1967, la famiglia alla guida del marchio investe in qualità, originalità e innovazione, mantenendo una visione chiara e coerente: offrire prodotti affidabili, trasparenti e profondamente legati al Made in Italy. Ogni formulazione racconta non solo competenza, ma anche una cultura del capello che mette al centro benessere e risultato.

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Al Cosmoprof 2026, Biacré si distingue con uno stand dall’estetica pulita e contemporanea, pensato come uno spazio esperienziale in cui il prodotto diventa protagonista. Qui, tra texture, profumi e storytelling, prende forma una visione dell’haircare che unisce ricerca scientifica e sensibilità naturale, rispondendo alle esigenze di un pubblico sempre più consapevole.

HAIRCARE 2026: TUTTE LE NOVITÀ DA SCOPRIRE

I nuovi packaging dei Set Biacrè
Un nuovo look per i grandi classici. Biacré rinnova l’estetica dei suoi set più iconici: Hyaluronic, No Yellow e Laminated Treatment; con un design più pulito, contemporaneo e riconoscibile. Il risultato è immediato: prodotti ancora più desiderabili, pensati non solo per funzionare, ma anche per essere vissuti e mostrati.

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LA NUOVA LINEA CORELIGHT: PIÙ LUCE, PIÙ IDENTITÀ

La luce diventa protagonista. Corelight è la risposta per chi vuole capelli sempre luminosi e colore vibrante più a lungo. Un trattamento pensato per mantenere brillantezza, morbidezza e vitalità, trasformando la cura post-colore in un gesto semplice ma visibilmente efficace. Capelli più setosi, più vivi, più luce.

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PURO SOLE: L’ESSENZIALE PER L’ESTATE 2026

L’estate inizia da qui. Puro Sole è la linea pensata per vivere sole, mare e piscina senza rinunciare alla bellezza dei capelli. Godersi il sole nella sua purezza, protetti dai suoi effetti più aggressivi.

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Il risultato è un nuovo modo di vivere i capelli: più semplice, più sensoriale, più consapevole. A Cosmoprof, Biacré non presenta solo novità, ma racconta una direzione precisa della bellezza che verrà.

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Robert Mapplethorpe a Milano: il corpo come icona tra arte e moda

Credits @robertmapplethorpefoundation

Nel cuore di Milano, le sale di Palazzo Reale ospitano una delle mostre più attese della stagione: un viaggio visivo potente che attraversa estetica, identità e sensualità, firmato Robert Mapplethorpe.

La retrospettiva riunisce alcune delle sue immagini più iconiche, restituendo lo sguardo di un artista che ha saputo trasformare la fotografia in un linguaggio assoluto, capace di influenzare non solo l’arte, ma anche l’immaginario della moda contemporanea.

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Estetica del desiderio: quando il corpo diventa scultura

Mapplethorpe non fotografa semplicemente corpi: li scolpisce.
La sua ricerca visiva si fonda su un equilibrio rigoroso tra luce, composizione e tensione formale, dove il corpo umano diventa forma pura, quasi classica.
In mostra emergono tutti i nuclei della sua produzione : nudi, ritratti, fiori. Uniti da una stessa ossessione estetica: la perfezione. Ma è una perfezione mai neutra, attraversata da una carica erotica che rompe le convenzioni e ridefinisce i confini del visibile.
Questa costruzione dell’immagine, così precisa e controllata, anticipa molti dei codici visivi oggi centrali nella fotografia di moda.

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Mapplethorpe e la moda: un’influenza ancora viva

Per un osservatore contemporaneo, il legame tra Mapplethorpe e la moda è immediato.
Il suo lavoro ha contribuito a plasmare:

  • la fotografia editoriale più sofisticata
  • l’estetica delle campagne in bianco e nero
  • la rappresentazione del corpo come elemento narrativo

La sua capacità di trasformare il corpo in icona visiva si ritrova oggi nelle immagini di brand e riviste, dove la posa diventa costruzione e la sensualità si traduce in linguaggio estetico.
Prima ancora che la moda facesse della fisicità un manifesto, Mapplethorpe aveva già definito un immaginario in cui il corpo non è accessorio, ma protagonista assoluto.

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Il corpo tra performance e rappresentazione

A pochi mesi dalla conclusione delle Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026, la mostra assume una risonanza particolare.
L’attenzione globale sul corpo atletico, sulla sua disciplina, sulla sua costruzione, sulla sua esposizione trova un’eco naturale nelle immagini di Mapplethorpe. Anche qui il corpo è allenato, controllato, reso immagine.
Milano, appena uscita dal racconto olimpico, continua così a interrogarsi sul corpo come simbolo: tra performance, estetica e identità.

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Questa mostra non è quindi solo fotografia: è un archivio visivo da cui la moda continua ad attingere.
Mapplethorpe insegna che:

  • La forma è contenuto
  • L’immagine è costruzione
  • La bellezza è sempre una scelta estetica

Un equilibrio sottile tra rigore e provocazione che, ancora oggi, definisce alcune delle immagini più potenti del fashion system.


Matthieu Blazy e l’eleganza dell’inganno perfetto

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L’arrivo di Matthieu Blazy alla direzione creativa di Chanel non ha avuto l’eco teatrale che accompagnava ogni mossa di Karl Lagerfeld. Nessuna scenografia monumentale, nessuna dichiarazione manifesto. Piuttosto, una sensazione più sottile: quella di un sistema che si prepara a mutare pelle senza annunciarlo. E forse è proprio questo il primo, vero gesto radicale.

Blazy non è mai stato un narratore nel senso classico. Non costruisce mondi immaginari, non forza storytelling. Lavora in sottrazione, ma con una precisione quasi ossessiva. La sua ossessione non è l’immagine, è la materia.
Prima ancora di toccare Chanel, Blazy aveva già iniziato a ridefinire cosa significhi oggi “lusso”. Non attraverso immagini virali o silhouette riconoscibili a colpo d’occhio, ma lavorando su un livello più profondo, quasi invisibile: la percezione. Il suo percorso racconta esattamente questo. Non è la traiettoria lineare del genio solitario, ma una costruzione lenta, stratificata, quasi disciplinare. L’apprendistato con Raf Simons gli lascia il rigore, quello con Phoebe Philo da Céline il senso del reale elevato. Ma è da Bottega Veneta che Blazy diventa Blazy.

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Ed è lì che succede qualcosa di decisivo.
In un momento storico dominato dall’iper-visibilità, lui introduce un’estetica dell’inganno: jeans che non sono jeans, flanelle che non sono flanelle, superfici che mentono con eleganza. Non è esercizio di stile, è una presa di posizione. Il lusso, suggerisce Blazy, non deve più dimostrarsi; deve farsi scoprire.
È una rivoluzione silenziosa, ma potentissima.
Per capire cosa sta succedendo oggi, bisogna tornare indietro. A quando Chanel era un teatro permanente sotto Lagerfeld: ironico, eccessivo, instancabile. Poi il silenzio composto di Virginie Viard, che aveva trasformato la maison in un esercizio di continuità, quasi di devozione. Funzionava, certo. Ma mancava quella tensione che rende la moda necessaria, non solo desiderabile.
Blazy entra esattamente lì, in quel punto di sospensione.
Non per distruggere, ma per destabilizzare. La sua idea di lusso non coincide con ciò che appare, ma con ciò che si scopre. È una questione di distanza: da lontano, tutto sembra normale; da vicino, niente lo è davvero. È lo stesso principio che aveva affinato da Bottega Veneta: il trompe-l’œil come linguaggio, l’inganno come forma di rispetto per chi guarda.

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La sfilata FW26 è stata, più che uno statement, una dichiarazione sottovoce. Nessun colpo di scena evidente, nessuna rottura gridata. Ma una serie di micro-fratture che, sommate, cambiano la percezione. Il tweed — sacro, intoccabile — perde peso, si alleggerisce, a tratti sembra quasi qualcos’altro. Le proporzioni slittano impercettibilmente. Gli accessori smettono di essere segni e tornano oggetti.
È come se Blazy avesse preso Chanel e l’avesse leggermente fuori fuoco.
Non abbastanza da perderla. Ma abbastanza da costringerci a guardarla davvero.
C’è un momento, durante la sfilata, in cui diventa chiaro: non sta cercando di farci riconoscere Chanel. Sta cercando di farcela desiderare di nuovo. E le due cose, sorprendentemente, non coincidono. Perché il vero problema delle grandi maison oggi non è l’identità. È la prevedibilità.
Blazy sembra averlo capito perfettamente. E invece di aggiungere — più volume, più logo, più spettacolo — sceglie di togliere. Di complicare. Di rendere il lusso meno immediato, quasi meno accessibile emotivamente. Un rischio enorme, in un’epoca che premia ciò che si capisce in tre secondi.
Non è una Chanel che consola. È una Chanel che chiede attenzione.
Perché se è vero che il lusso contemporaneo ha bisogno di nuovi codici, è altrettanto vero che pochi designer hanno il coraggio di renderli meno leggibili. Blazy lo sta facendo, pezzo dopo pezzo, senza mai dichiararlo apertamente.
Come un illusionista che non vuole essere scoperto.
E alla fine, la domanda non è se cambierà Chanel.
La domanda è se ci accorgeremo in tempo che è già successo.

Credits @chanelofficial


Addio a Valentino, il maestro dello stile senza tempo

Credits @realmrvalentino

Il mondo della moda piange la scomparsa di Valentino.
Il rosso Valentino è diventato un simbolo globale di eleganza e stile senza tempo. Frutto di una miscela perfetta tra carminio, porpora e cadmio, questo colore, ideato da Valentino Garavani nei primi anni della sua carriera, ha superato il concetto di tonalità per trasformarsi in un’icona culturale, femminile e al contempo universale. Che l’ispirazione nascesse da un abito visto all’Opera di Barcellona o dall’influenza di Diana Vreeland poco importa: ciò che conta è la capacità dello stilista di rendere questo rosso sinonimo di lusso e raffinatezza riconoscibile in tutto il mondo.

Valentino Garavani, nato a Voghera nel 1932, ha costruito la sua leggenda partendo da umili origini, approdando alla moda parigina e aprendo poi a Roma il suo celebre atelier in Via Condotti. Insieme a Giancarlo Giammetti ha dato vita a una maison che ha vestito regine, dive di Hollywood e personalità di ogni continente. La loro collaborazione ha creato una famiglia allargata di collaboratori e amici, con cui Valentino ha condiviso oltre quarant’anni di successi, combinando alta moda, prêt-à-porter e innovazioni stilistiche che hanno definito il Made in Italy. La sua scomparsa lascia un vuoto nel mondo della moda, ma la sua eredità resta immortale.

L’eredità dello stilista resta oggi evidente: l’abilità di fondere artigianato, eleganza e modernità continua a influenzare giovani designer e a guidare le scelte della maison. L’ingresso di Alessandro Michele come direttore creativo, pur segnando un nuovo corso, mantiene un legame con la visione originale di Valentino, adattandola ai tempi moderni e a un pubblico più inclusivo. La moda di Valentino, così, resta un simbolo duraturo dell’italianità nel mondo, capace di coniugare tradizione, innovazione e identità culturale.


Milano Fashion Week SS26: tra eredità, sperimentazione e nuove direzioni

Credits nssmagazine.com

La Milano Fashion Week SS26 si è chiusa con una forza narrativa inusuale, non solo per la qualità delle collezioni, ma per l’atmosfera quasi epocale che ha attraversato la settimana. Un’edizione fatta di addii illustri, debutti attesi, e una rinnovata voglia di parlare di realtà

Uno dei momenti più carichi di significato è stato l’ultimo show firmato da Giorgio Armani, andato in scena in un clima sospeso, quasi sacro. Il designer ha scelto la poesia visiva al posto dello spettacolo, con una collezione che sapeva di ricordo e di pace.

Accanto al peso dell’eredità, Milano ha mostrato una chiara voglia di rinnovamento. Il ricambio generazionale è oggi più evidente che mai: diversi marchi hanno affidato la direzione creativa a nuove voci, capaci di reinterpretare codici consolidati con uno sguardo fresco e contemporaneo.

Tra questi spicca Denma, ora alla guida di Gucci, che ha scelto un linguaggio espressivo non convenzionale. Nessuna passerella tradizionale, ma un racconto visivo dal sapore cinematografico, capace di ridefinire il concetto stesso di “collezione”.

Credits hypebae.com

Credits Corriere della Sera (corriere.it)

Credits vogue.it

Tra le tendenze più forti emerse in passerella c’è sicuramente un ritorno alla quotidianità. I designer sembrano aver messo da parte la teatralità per concentrarsi su una moda più vissuta, pensata per accompagnare le persone nella realtà.

La Milano Fashion Week SS26 non è stata solo una rassegna di tendenze, ma una dichiarazione d’intenti. La moda italiana, troppo spesso legata a cliché, ha mostrato di saper cambiare pelle. Ha accolto la memoria senza nostalgia, l’innovazione senza furbizia, il quotidiano senza banalità. In un momento storico dove tutto cambia in fretta, Milano ha scelto di rallentare, guardarsi dentro e parlare chiaro. E proprio per questo, forse, ha saputo sorprendere più di ogni altra volta.


Milano fashion week dedicata a giorgio armani

Fashion Week di Milano dedicata a Giorgio Armani: la presentazione al Palazzo Reale

Milano fashion week dedicata a giorgio armani

Credits @giorgioarmani

La presentazione ufficiale della Milano Fashion Week si è aperta con un minuto di silenzio in ricordo di Giorgio Armani, scomparso lo scorso 4 settembre a 91 anni. Nella sala conferenze di Palazzo Reale, gremita di addetti ai lavori, l’omaggio al grande stilista è stato accompagnato da un applauso collettivo.

Celebriamo questa Fashion Week nel segno di Giorgio Armani” ha dichiarato Carlo Capasa, presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana, introducendo una settimana che sarà interamente dedicata al maestro dell’eleganza italiana.

In calendario figurano sia la sfilata Emporio Armani sia quella della prima linea, oltre a una mostra a Brera curata personalmente dallo stilista. Le collezioni che sfileranno sulle passerelle renderanno così omaggio a una figura che ha contribuito in modo indelebile a definire il linguaggio della moda contemporanea.

La Milano Fashion Week prenderà il via nei prossimi giorni, ma già dalla sua presentazione si annuncia come un’edizione dal forte valore simbolico, nel segno di Giorgio Armani.